Nera dei Baisi, quando il territorio diventa vino

di Tiziano Bianchi – Domenica, sono arrivato a Terragnolo (TN) poco dopo mezzogiorno. Non ci ero mai stato prima. E’ stata una bella sorpresa. Un arcipelago di case sparse, di frazione in frazione, IMG00053-20120902-1511 abbarbicate con naturalezza e senza spavento sopra l’orrido vallone che precipita in basso, dove scorre il torrente Leno. In alto il monte Pasubio. Ho respirato un senso di verità, quando sono sceso dalla macchina. Nella piazzetta centrale, un bar, all’ingresso la vecchia insegna gialla del “Telefono Pubblico”, all’interno, in un ambiente ordinato e pulito, un arredamento d’altri tempi. Quelli della mia giovinezza. Anzi, di quando ero bambino. Il bancone in legno, la vecchia cabina telefonica color piombo, che avevo visto per l’ultima volta, forse, negli Settanta. Un’atmosfera vintage, come si direbbe oggi. Ma senza falsificazioni. Senza ricostruzioni posticce. Ho sentito l’odore di un mondo che ha saputo resistere al tempo con naturalezza e semplicità: senza complessi di inferiorità.

Lì accanto, a pochi passi dalla piazzetta del bar, una sagra di paese. La festa di fine estate di questo villaggio arrampicato faticosamente e, sembra, felicemente sulla montagna. In sottofondo, senza disturbare, la piacevole colonna sonora di canzoni di montagna. Ci stavano bene pure loro: anche per uno come me, a cui non verrebbe mai in mente di ascoltarle. Odore di cucina paesana e tipica. Un vecchio artigiano cestaio alle prese con il vimini. Un banco di verdure dell’orto appena colte – si vedeva dalla terra di cui erano ancora incrostate –: carote, patate e poco altro. Tante gente, qualche costume tipico di questa pezzo di montagna colonizzato chissà quando dalle popolazioni cimbre, scese dal Nord mille anni fa. Di cui ancora si conservano indizi nei toponimi, nello slang dialettale e nei piatti della cucina tipica (ho scoperto, fra l’altro, un saporitissimo “Fanzelto”, frittata di patate e grano saraceno, sconosciuto, mi pare, alla tradizione culinaria del resto del Trentino).

Sono stato assalito da una bella sensazione, domenica a Terragnolo: di quiete, di serenità. Di appagata e ordinata semplicità. Come un tornare indietro, ad origini sopite. Sono stato bene a Terragnolo, domenica. Così bene che ho deciso di fermarmi per il pranzo. Mescolandomi fra turisti, gente in costume e cappelli piumati. Ho mangiato un risotto con i funghi: un piatto nera dei baisi gradevole. Cucinato bene. Anche i funghi erano buoni: buoni anche per me che non ne vado pazzo. Avevo appena comperato una bottiglia di Nera dei Baisi. La vendevano lì accanto, vicino al vecchio signore alle prese con i cesti. Dunque, e qui apro una parentesi, la Nera dei Baisi è un vino antico. E nuovo. La prima vinificazione “moderna”, diciamo così, risale a due o tre anni fa, se non ricordo male. E’ stata il frutto di una lunga sperimentazione condotta dall’Istituto Agrario di San Michele all’Adige nella conservatoria di Albino Armani a Dolcé (ecco perchè ne scrivo qui). Il vitigno fu ritrovato dai ricercatori della Fem proprio da queste parti: in una delle 30 contrade di cui si compone questo villaggio-arcipelago, la contrada Bais. Da qui il nome dell’uva e del vino. Un vino scomparso non so quanti anni fa dalle cantine contadine. Tanto da richiedere l’iscrizione del vitigno al Albo nazionale della Varietà di uva da vino. Mi sono ricordato di questa storia, di cui avevo scritto a suo tempo, l’altro giorno quando ho visto le bottiglie in esposizione accanto all’uomo dei vimini. Ne ho acquistata una, per curiosità: la Nera non la avevo mai bevuta, né assaggiata. Poi mi sono seduto, la ho stappata e la ho accompagnata al mio risotto, in questa terra quasi ancora cimbra, definita dal profilo del bosco.

Non è un vino complesso, non è un vino strutturato, la Nera dei Baisi, con la sua moderata acidità. Però è un bel rosso, di colore rubino brillante, facile, uno di quei bicchieri, che poi diventano due e poi tre, da bere con semplicità e senza troppo pensarci su. Ma è un vino che dà soddisfazione per la sua allegrezza, per i suoi sentori aperti di frutto rosso, di fragole e lamponi di bosco. Mi ha fatto tornare in mente i sapori del vino di quando ero bambino: il vino che mio nonno mi faceva assaggiare senza troppa parsimonia, senza pensarci troppo. Anzi senza pensarci proprio al fatto che io fossi un bambino. Ma così andava allora. Per fortuna. Ecco, la Nera dei Baisi mi ha fatto ricordare quel vino lì, quello che girava sulle tavole contadine fino agli Settanta. Perchè il vino era, allora – e io credo dovrebbe essere anche ora –, soprattutto una cosa da bere. Non un manuale sociologico. Non un’antologia poetica.

 nera baisi Insieme ai miei funghi, domenica, la Nera dei Baisi ci stava benissimo. Bevendolo ho pensato: questo sì che è un vino territoriale. Di questo territorio abbracciato e perfino cullato amorevolmente e protetto minuziosamente dalle foreste. Un vino del bosco. Forse sbaglio nell’usare l’aggettivo semplice e facile. E rischio di non farmi capire, introducendo un giudizio di valore che potrebbe essere equivocato. Forse dovrei parlare di un vino autentico, perché sembra autenticamente figlio di questa terra, dove la fatica della montagna si mescola con un’atmosfera di lenta serenità. E’ un vino che non ha, e non vuole avere, le ambizioni dei grandi vini rossi, che non coltiva l’ardimento di vincere la sfida con il tempo: semplicemente perché in luoghi come questo il tempo non c’è. E se c’è scorre con la leggerezza della farfalla. E non te ne accorgi. Qui il tempo è solo una variabile della natura, non una misurzione convenzionale con cui competere fino all’ultimo respiro e fino all’ultimo sorso. E questo cambia la prospettiva. Anche la prospettiva di un vino. Per questo ho trovato nella Nera dei Baisi, vino che si beve, la trama di un vino filologicamente territoriale. Un vino ancestralmente di territorio. Come ce ne dovrebbero essere di più, se tutti insieme non avessimo smesso di pensare al vino come un descrittore della relazione fra uomo e territorio. Ed è stato un peccato.

Conclusione: tornerò a Terragnolo: a mangiare funghi e Fanzelto e a bere Nera dei Baisi.

–  Nera dei Baisi

Terragnolo

Tiziano Bianchi, giornalista e wine blogger, collabora con la redazione di questo blog

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Quattrocento anni nella vigna e una passione infinita per il vino. La storia della famiglia Armani e quella della viticoltura nella Valle dell’Adige, fra le province di Trento e Verona, procedono insieme, senza interruzione, da oltre 4 secoli. Oggi  “Albino Armani Viticoltori dal 1607” vuol dire territorio, anzi territori. La storica proprietà a Dolcè, in Valdadige, provincia di Verona, è affiancata da altre due tenute in Veneto: una a Marano nella Valpolicella Classica  e una in provincia di Treviso,  a San Polo di Piave, per la produzione di vini biodinamici, oltre alle due tenute in Trentino e Friuli. Le cinque cantine presidiano il territorio vinificando le uve dei vigneti circostanti. In ciascuna di esse il filo conduttore è un terroir capace di restituire ai vini i caratteri della zona di provenienza. Il quartier generale rimane a Dolcè, dove si può visitare anche la “Conservatoria” delle viti autoctone  in via di estinzione della Valdadige.