Maccheppalle la barricaia

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Non so voi, ma io mi sono rotto le palle di bottaie e di barricaie, di vinoteche e di sale di degustazione. C’è qualcosa di ripetitivo, forse di finto, nella liturgia della “visita in cantina”. Avverto una reiterazione  continua e annoiante: uno sguardo veloce alla campagna, la barricaia, poi la sala degustazione. E poi le solite chiacchiere. Solite, appunto. Una liturgia che mi annoia: probabilmente ne ho viste troppe in questi anni.  E mi sembrano tutte uguali, queste visite, queste cantine. Tutti uguali questi luoghi. Anche quando ci sono di mezzo grandi architetti e celebri archistar.

So che sto mettendo in fila pensierini ruvidi e antipatici. Ma è così: le barricaie mi sembrano tutte uguali. Ripetitive. Patinate di una cipria che è solo cipria. E che non racconta nulla. Quest’estetica del Mulino Bianco non mi emoziona più. Anzi, talvolta, perfino mi irrita. Perché ci vedo, ci sento, soprattutto finzione e rito. Anche se “ci vogliono i riti” perché il rito “fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore”, come spiegava (spiega) la volpe al Piccolo Principe. Ma invece, a me, i riti, per lo più, vengono a noia. E mi stancano.

E invece, però, c’è qualcosa che mi piace ancora nelle cantine: sono i laboratori di analisi e i tavoli con le provette, i bicchierini, le bottiglie di campionatura. Sono luoghi di solito nascosti alla vista del visitatore. Non sono considerati coerenti con la comunicazione glam e poetica del vino. Eppure io mi emozione davanti a quei macchinari, davanti a quegli strumenti, davanti a quei campioni colorati, a volte puzzolenti a volte profumati. Davanti a quei camici bianchi che cercano di smascherare la chimica del vino. Che cercano di svelarne scientificamente il segreto molecolare. Credo che il vino sia anche questo, soprattutto questo. Ma di solito queste cose non si mettono in mostra, non si esibiscono. Si nascondono. Per pudore. Forse per vergogna di mostrare il lato umano, fisico, materiale, chimico, naturalmente chimico, del vino. Quasi fosse una volgarità. E’ un vino che non ha voce e non ha patria, questo.

campioni 13 Per questo quando mi fermo a Dolcè, da Albino Armani, mi incanto. Il laboratorio di analisi è la prima cosa che vedo, quando entro in cantina. Lo separa dall’ingresso una grande vetrata trasparente che accompagna lo sguardo mentre apri la porta. Di là dal vetro il camice bianco di Lucia, alle prese con enzimi e strumenti magici, poco più in là Alberto,  Manuel, Marco, qualche volta, se hai culo, anche Gianni (Gasperi), con il naso dentro provette e campioni e contagocce per sposare gli elementi, per capire come si sposano gli elementi. In lontananza il tintinnio  armonico dell’imbottigliatrice che danza la sua danza metallica e vitrea. Credo che il vino, dopo la fatica della campagna, sia anche questo. Soprattutto questo. Forse sbaglio. Ma a me capita di sentire così. Ed è anche per questo che un anno fa ho accettato di lavorare, per quel che posso, per quel che so fare, con Albino: perché mi sono innamorato della sua sfacciata sfacciataggine di sbattere in primo piano quello che di solito gli altri nascondono. Per il suo coraggio di far vedere a tutti ciò che solitamente si nasconde nel sottoscala e sotto chiave. Questo suo coraggio mi è piaciuto. E mi piace.

Tano T.B.

Ps: so che dopo queste due righe, domani potrebbe anche capitare che qualcuno mi tolga il saluto e che Albino mi tolga le chiavi di questo blog. Ma non importa, continuo a pensare che il vino sia figlio della chimica dell’uva, di due grappoli d’uva. E non figlio delle barricaie del Mulino Bianco.

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Tiziano Bianchi, giornalista e wine blogger, collabora con la redazione di questo blog

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About Us

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L’azienda Albino Armani vanta una tradizione enologica familiare ultrasecolare. Al 1607 risalgono le prime testimonianze di proprietà di vigneti. Oggi il complesso progetto vitivinicolo è distribuito su tre regioni per un totale di 230 ettari in veneto, Trentino e Friuli. Dal 1962 il nucleo strategico è a Dolcè, nella parte meridionale della Valdadige, valle glaciale caratterizzata da una forte identità. Il forte legame col territorio che rischia di perdere i suoi antichi vitigni, è lo spirito guida del nostro lavoro. Per questo i nostri vini sono grandi descrittori delle terre in cui nascono: bianchi freschi e floreali, frutto di forti escursioni termiche e ventilazione costante e rossi dal carattere originale, freschi ma al contempo complessi.