Mi presento, mi chiamo Colfòndo… e faccio innamorare

colfondo michela pierallini

Poco fa, mentre mi dedicavo ad una delle mie consuete ricerche mattutine in rete, sono finito su wining.it e ho ritrovato un articolo postato sei mesi fa dalla brava Michela Pierallini dedicato al Colfòndo Casa Belfi – Albino Armani. Michela è sempre coinvolgente nella sua prosa; questa volta parla d’amore e di innamoramenti, di fedeltà e di infedeltà. E si lancia in un’intervista immaginaria con il metodo familiare della tradizione contadina veneta: il Colfòndo. Me lo sono divorato quel dialogo a due: e di nuovo mi è piaciuto. Mi sembra un bel modo per raccontare di vino e, in questo caso, di Colfòndo.

Per questo ne ripropongo qui un brano, il resto lo troverete su wining.it

Mi ritengo una donna fedele e le avventure non mi piacciono. Le ultime parole famose prima di incontrare lui. In Toscana una cosa del genere non mi sarebbe capitata, dovevo venire in Veneto perché tutte le mie abitudini cambiassero. Che carattere! Bello, con quell’aria spavalda di chi la sa lunga, un tono misterioso, un buon profumo e, soprattutto, schietto e sincero, uno da “pane al pane e vino al vino”. Esattamente come me, senza tanti fronzoli, moine e fiorellini, ma secco e diretto, ta-dan! Ecco il colpo di fulmine. Più che un ta-dan non saprei dire. La razionalità non c’entra, sono ben altre le componenti coinvolte, emotive, emozionali, caratteriali, forse anche culturali, e chi può dirlo. Sta di fatto che mi sono innamorata, per fortuna ricambiata. Siamo qui, insieme, dopo dieci anni gioiosi e briosi e ho deciso di intervistarlo perché non sono così egoista da tenerlo nascosto. Il mondo apprezzerà. Ringrazio il mio caro amico Maurizio Donadi titolare dell’Azienda Casa Belfi per avermi aiutato in questa conversazione, soprattutto per averla tradotta in italiano dal dialetto trevigiano.

Iniziamo dal tuo nome, perché ti chiami Colfòndo?
Perché sul fondo della bottiglia ci sono i miei lieviti di fermentazione.
Come mai si trovano lì? Sono caduti?
Proprio così. Una volta che hanno finito la fermentazione cadono e si depositano sul fondo. Tutto gira intorno ai miei lieviti, mi danno le bolle, mi mantengono giovane e mi rendono dolce.
Che bello, perciò Colfòndo  è un nome che dice molto di te. Le tue origini sono trevigiane oppure i tuoi avi sono arrivati da altri paesi, magari dall’America?
Le mie origini sono trevigiane DOC,  i miei antenati sono nati qui e anch’io sono stato creato come da tradizione di famiglia.

E sai più o meno quando?
Di preciso non lo so, ma in famiglia siamo sempre stati così. La rifermentazione fatta in bottiglia è un metodo di spumantizzazione molto antico e mi distingue moltissimo dal mio fratellastro Charmat, che è tutto tecnica e tecnologia. Charmat per vivere ha bisogno di macchine, autoclavi, filtri, impianti isobarici per l’imbottigliamento invece io sono molto semplice e poco esigente. La maggior parte delle cose le faccio da solo, mi basta soltanto un po’ di zucchero per fare le mie bollicine e poi in solitudine, piano piano, mi riposo al fresco e al riparo della luce.
E’ vero che i tuoi nonni nascevano tutti nel periodo di Pasqua?
Si, la rifermentazione in bottiglia avviene a Pasqua poiché in questo periodo arriva  la primavera, le temperature si alzano, i lieviti si risvegliano e si mettono al lavoro.
Quindi hai una famiglia alle spalle che ha sempre regolato le nascite perché il Colfòndo nascesse a Pasqua. E’ così ancora oggi o qualcosa è cambiato?
Per quelli che rispettano la tradizione, come la mia famiglia, il periodo di nascita è soltanto quello di  Pasqua, ma ci sono molti altri che nascono in tutti i mesi dell’anno oppure in altri modi. Noi siamo seri nel rispettare la tradizione e i princìpi tramandati. L’unica variante di modernità che possiedo è il controllo analitico, che prima non c’era. Nasco a Pasqua e provengo semplicemente dall’uva: non sono filtrato, non sono chiarificato e non subisco nessuna lavorazione. L’uva è trattata in vigna con i soli prodotti ammessi in agricoltura biologica e biodinamica.
Hai goduto di una coltivazione sana, del sole, ti ricordi com’era quando eri ancora grappolo, appeso alla vite?
Sì che mi ricordo. Ero in mezzo al caos, c’era l’erba alta e un numero indefinibile di insetti che mi facevano il solletico. Maurizio la chiama biodiversità. Siamo in tanti, sia a livello di erba e piante spontanee che di microrganismi. C’è un bel clima, ci sono molte interazioni, scambi, competizioni e gare.
Quali competizioni?
C’è competizione a livello di microrganismi, di malattie, di lieviti, batteri da fotosintesi, come in ogni parte del mondo esistono i buoni e i cattivi… abbiamo il nostro credo, la nostra Bibbia trasmessa dagli EM (microrganismi effettivi), tutto il mondo è paese, cosa credi?
Ti sei ammalato quando eri uva? Hai preso anche tu la peronospora o l’oidio? Qui la risposta…

Tiziano Bianchi, giornalista e wine blogger, collabora con la redazione di questo blog

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L’azienda Albino Armani vanta una tradizione enologica familiare ultrasecolare. Al 1607 risalgono le prime testimonianze di proprietà di vigneti. Oggi il complesso progetto vitivinicolo è distribuito su tre regioni per un totale di 230 ettari in veneto, Trentino e Friuli. Dal 1962 il nucleo strategico è a Dolcè, nella parte meridionale della Valdadige, valle glaciale caratterizzata da una forte identità. Il forte legame col territorio che rischia di perdere i suoi antichi vitigni, è lo spirito guida del nostro lavoro. Per questo i nostri vini sono grandi descrittori delle terre in cui nascono: bianchi freschi e floreali, frutto di forti escursioni termiche e ventilazione costante e rossi dal carattere originale, freschi ma al contempo complessi.