Terra dei Forti, luogo o non luogo?

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di Tiziano Bianchi – Qualche giorno fa la collega e amica Corona Perer, su Sentire, una delle più raffinate riviste on line di approfondimento culturale edite in Trentino, ha firmato un articolo – intervista a Gigi Spagnolli, viticoltore del collettivo I Dolomitici.

La vigna di Narciso, questo il titolo del bel pezzo apparso l’altro giorno su Sentire. La storia la conosciamo già, ne abbiamo scritto in tanti in questi anni: è la storia del salvataggio in extremis di uno dei parchi monumentali della viticoltura trentina. Un vigneto secolare ante Fillossera di Lambrusco a Foglia Frastagliata (ribattezzato Enantio per fin troppo comprensibili ragioni di marketing), che un paio di anni fa stava per essere espiantato e riconvertito a Pinot Grigio.

Intervennero i Dolomitici, liberi viticoltori bio-radical-biodinamici, e lo salvarono. Nel senso che i bla-bla-bla di politici, politicanti, assessori e professoroni, che pure si erano fatti sentire – e anche fotografare in posa appellante sotto la vigna -, alla fine rimasero lettera morta. E le promesse rimasero promesse campate in aria. Chi avrebbe dovuto farsi carico di porre la questione del vigneto monumentale di Mama d’Avio, prima di tutto come una questione di territorio e di identità, alla fine non rispose più nemmeno al telefono e si defilò assai poco elegantemente.

E fu allora che entrarono in gioco i Dolomitici: presero in affitto il campo dal nuovo proprietario, intenzionato ad espiantare, e cominciarono a coltivarlo alla loro maniera. Che poi è la maniera dei nostri nonni. La prima bottiglia di Ciso (dal nome vecchio contadino che ne era stato proprietario) fu commercializzata lo scorso anno. In poche parole la storia sta tutta qui. Ma vi invito a leggere ciò che scrive la collega Perer, che a questo racconto è riuscita a dare il taglio “alto” che il Ciso si merita.

A me, invece vengono alcune riflessioni. Non è la prima volta che le faccio. Ma le ripeto, ancora una volta, anche su questo blog. C’è un pezzo di terra senza patria e senza voce che sta a cavallo fra Trentino e Veneto, fra Avio e Dolcè: si chiama Terra dei Forti, organizzata in un consorzio che amministra l’omonima Denominazione di Origine Protetta, sotto il cui ombrello ricadono sia la vinificazione delle uve Lambrusco a Foglia Frastagliata – come hanno avuto il coraggio di scrivere in etichetta gli amici Dolomitici, che però hanno preferito affidarsi al più innocuo richiamo alla IGP delle Dolomiti -, sia la vinificazione delle uve Casetta, più note come Lambrusco a Foglia Tonda. Che il proprietario e l’editore di questo blog, a suo tempo, ha avuto l’intelligenza e l’intuito di trasformare in un marchio (Foja Tonda), per affermare, in maniera incisiva, attraverso la forza evocativa delle parole, l’aderenza ad un territorio. Sì, perché queste due uve, questi due Lambrusco (a Foglia Tonda e a Foglia Frastagliata), sono gli unici ed esclusivi descrittori di un territorio che oggi pare senza voce e senza patria.

In Terra dei Forti, sono queste le uve che possono veicolare il concetto di Luogo, in senso sociologico. Anzi di iper-luogo sociologico, come ebbe a spiegare recentemente il professor Annibale Salsa nel corso di un convegno dedicato al vino dei non luoghi, che ebbi modo di organizzare a Trento all’inizio di quest’anno.

Tuttavia, e purtroppo, quest’idea di territorio iper-luogo veicolato e sostanziato dall’uva e dal vino, è rimasta confinata nell’ambito della buona volontà, dell’immaginazione “eversiva” e dell’ostinazione profetica di una manciata di piccoli e medi produttori (Dolomitici compresi), che hanno deciso di resistere. Ma fino a quando? Sì, fino a quando resisteranno? Faccio questa domanda, retorica, perché questo sogno, che potrebbe essere anche una strategia commerciale utile a creare valore in una terra che ne ha bisogno, invece non è mai sognato dagli altri interlocutori istituzionali e para istituzionali del territorio. Dai veri padroni della viticoltura della Terra dei Forti. E questo è accaduto alla stesa maniera sia in Trentino che in Veneto. Non so perché le cose sono andate così. O forse sì, lo so. Ma se lo scrivo rischio di trasformare questo blog in un’arena sanguinaria. E allora mi sto zitto. E ringrazio ancora l’amica Corona Perer, per avermi sollecitato di nuovo a scrivere qualcosa sui nostri Lambruschi lagarini, sulle uve e sul vino dei nostri nonni. Che mi piacerebbe, un giorno, diventassero le uve e il vino dei nostri figli. O almeno dei nostri nipoti.

La vigna di Narciso su Sentire

Tiziano Bianchi, giornalista e wine blogger, collabora con la redazione di questo blog

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L’azienda Albino Armani vanta una tradizione enologica familiare ultrasecolare. Al 1607 risalgono le prime testimonianze di proprietà di vigneti. Oggi il complesso progetto vitivinicolo è distribuito su tre regioni per un totale di 230 ettari in veneto, Trentino e Friuli. Dal 1962 il nucleo strategico è a Dolcè, nella parte meridionale della Valdadige, valle glaciale caratterizzata da una forte identità. Il forte legame col territorio che rischia di perdere i suoi antichi vitigni, è lo spirito guida del nostro lavoro. Per questo i nostri vini sono grandi descrittori delle terre in cui nascono: bianchi freschi e floreali, frutto di forti escursioni termiche e ventilazione costante e rossi dal carattere originale, freschi ma al contempo complessi.