Sulla vite in Valle di Non

groppello

Trascrivo qui sul blog alcuni brani di una conversazione che ho avuto oggi su Facebook, con il signor Ewin Tomazzolli. Lo spunto di questo scambio di battute è l’immagine di un momento di vendemmia in Valle di Non. Mi sembra che le cose che dice lui, e anche quelle che scrivo io, possano avere un valore anche al di là del social network:

Copio e incollo da qui:

 

Albino Armani

Credo molto nella viticoltura in val di non e molto sugli autoctoni e sul gropel. L’imbottigliamento in zona sarebbe auspicabile ed ancor più la crescita dei produttori imbottigliatori. Se questo avvenisse senza alcun aiuto provinciale sarebbe ancor meglio, secondo me.

Erwin Tomazzolli

Buon giorno Albino. Bella visione la sua, sicuramente condivisibile oltre che lungimirante e pionieristica qui in valle. L’imbottigliamento in zona o prima o dopo è auspicabile debba per forza avvenire e senza “oboli provinciali” visto che, dopo le note vicende di La Vis e Fiavè (vicende che comunque accomunano, secondo il mio parere, gran parte del mondo cooperativistico agricolo trentino), le maglie di controllo della vigilanza provinciale e della Federazione delle Cooperative relativamente alla sostenibilità delle iniziative, si sono fatte molto più fitte e per certi versi invalicabili. Infatti, l’unica possibilità di accedere ad una contribuzione provinciale, sarebbe quella di fornire “prove certe di illibatezza” quali sono i bilanci storici, bilanci che logicamente una cantina giovane che ha voglia di formarsi e creare un primo punto di riferimento in valle non possiede. Peccato Albino che il pensiero e l’indirizzo dei “giovani amministratori di valle e dei vari livelli” sia diametralmente opposto al suo e non posseggano una visione così ampia e lungimirante visto che non sono in grado di guardare al di là di quella che è la monocultura nonesa. Infatti la viticoltura qui in valle fornirebbe oltre che una diversificazione del reddito agricolo anche una ricaduta ambientale visto che tutti gli storici vigneti, detti luegi, vanno a collocarsi sulle sponde del Lago di Santa Giustina, sponde che ad oggi risultano in stato di completo abbandono oltre che di degrado vista la forte pendenza che le caratterizza. Ma tutti questi temi e queste ricadute sulla valle pare non interessino i “giovani amministratori”, più attenti ed impegnati a crearsi un consenso elettorale andando ad incentivare progetti irrealizzabili di recupero del Lago di Santa Giustina, (pensando addirittura ad avvenieristici battelli in stile laguna, scordandosi però che il Lago possiede un’escursione stagionale tale da rendere difficile, per non dire impossibile, il collocamento degli attracchi) che cercare di incentivare e diversificare quel settore agricolo che è settore trainante per la nostra valle. La ringrazio per il suo prezioso pensiero Albino.

Albino Armani

Grazie a lei signor Erwin, chi sono ad oggi i produttori di vini in zona? E chi, di questi, possiede una propria linea di imbottigliamento? Per caso lei sa se vi sono state esperienze di gestione biologica nei vigneti attorno o nei pressi del lago?
Credo, son certo, che il tempo faccia giustizia sulle scempiaggini del breve periodo e dove vi eran viti torneranno le viti, nonostante tutto e tutti.
La vocazione di un territorio quando esiste torna ad esprimersi.
Ogni valanga nasce da un sassolino smosso, da una sola coscienza risvegliata nascono rivoluzioni.
Il mestiere del viticoltore assume su di se incarichi altri e più alti del semplice stare in vigna: è spesso stimolo ed aggregatore di istanze collettive, condivise da ampi strati della popolazione. Un vino, quando sincero, descrive sempre compiutamente il Luogo da cui proviene ed una valle senza vino non è una valle. Attendere miracoli non è da noi forse ci vien meglio accender fuochi.

Buon lavoro e…se serve, conti su di me (per quel poc che podo)

Erwin Tomazzolli

[…] Fino ad oggi nessuno dei viticoltori nonesi si è cimentato in esperienze biologiche anche se, vista la particolare conformazione dei vigneti caratterizzati da ridottissime dimensioni e pendenze che non consentono una lavorazione meccanizzata, questo tipo di conduzione sarebbe auspicabile. Concordo con lei Albino nel dire che una sola persona possa far nascere qualcosa di impensabile, qualcosa che altre coscienze vedono irrealizzabile ed il bello è che proprio questo sta accadendo, con difficoltà ma sta accadendo. Logico è che la riscoperta di una forte identità viticola anche in val di non poteva essere motivo diffuso di orgoglio, di gratitudine ad una coltura ed ad una terra che in tempi passati 8 e per le nuove generazioni ormai dimenticati) forniva l’unico sostentamento ai nonesi. Basterebbe non dimenticarsi delle proprie radici, delle proprie origini in quanto una delle cantine più vecchie del trentino fu fondata proprio in Val di Non. Pare invece che la vocazione viticola sia quasi un fastidio, un intoppo di un percorso e per una generazione che ha ormai scordato la parola “fatica” e vede nei terreni scoscesi solo ed esclusivamente un peso da rimuovere al più presto dall’azienda. Questo ha portato all’abbandono di tutti quei terreni una volta vocati e coltivati a vite tanto che ancor oggi inoltrandosi nelle fitte boscaglie presenti sulle rive del lago non è difficile imbattersi in piante di vite ormai soffocate da rovi e sterpaglie. Ma tant’è Albino e sicuramente la caparbietà che contraddistingue i nonesi sono sicuro avrà la meglio. Grazie della sua disponibilità, la sfrutterò sicuramente.

Albino Armani

Pensavo al biologico in valle da un po’, dopo aver letto non ricordo dove, un report sullo stato dell’inquinamento da pesticidi. La frutticoltura presumo abbia maggiori difficoltà a smarcarsi dal massiccio uso della chimica rispetto alla viticoltura. I vecchi vitigni poi si sono perfettamente acclimatati alla zona e risultano spesso naturalmente vocati alla resistenza verso i principali patogeni. Un luogo così bello attraverso una viticoltura equilibrata oltre che incantato diverrebbe anche incontaminato. Sogno troppo?

[tutto il thread qui]

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Quattrocento anni nella vigna e una passione infinita per il vino. La storia della famiglia Armani e quella della viticoltura nella Valle dell’Adige, fra le province di Trento e Verona, procedono insieme, senza interruzione, da oltre 4 secoli. Oggi  “Albino Armani Viticoltori dal 1607” vuol dire territorio, anzi territori. La storica proprietà a Dolcè, in Valdadige, provincia di Verona, è affiancata da altre due tenute in Veneto: una a Marano nella Valpolicella Classica  e una in provincia di Treviso,  a San Polo di Piave, per la produzione di vini biodinamici, oltre alle due tenute in Trentino e Friuli. Le cinque cantine presidiano il territorio vinificando le uve dei vigneti circostanti. In ciascuna di esse il filo conduttore è un terroir capace di restituire ai vini i caratteri della zona di provenienza. Il quartier generale rimane a Dolcè, dove si può visitare anche la “Conservatoria” delle viti autoctone  in via di estinzione della Valdadige.