Aziende e Università: i portainnesti del futuro

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Università, ricerca e produttori insieme: all’orizzonte i portainnesti per il nuovo secolo. Più adatti e più efficienti per garantire un maggior assorbimento radicale dal terreno. E’ una notizia in qualche modo “storica”, quella che racconta dell’impegno di una decina di aziende vitivinicole italiane e di alcuni centri di ricerca nazionali nella progettazione e la creazione di quattro nuovi portainnesti per le viti.
Storica, per almeno un paio di ragioni. Era dalla fine dell’Ottocento, da quando la viticoltura europea fu costretta a misurarsi con la tragedia della fillossera, che non si facevano studi destinati a tradursi in realtà in questo settore. E storica anche perché per la prima volta, in Italia, si è costituito un sistema virtuoso di collaborazione fra aziende e università. I quattro nuovi portainnesti lo scorso mese di maggio sono stati iscritti al registro nazionale delle varietà. E i primi vini nati dalle nuove vigne saranno pronti probabilmente nel 2016.
A finanziare il progetto, che è già realtà, con mezzo milione di euro, una società, la Winegraft, presieduta da Marcello Lunelli e costituita da 11 aziende italiane: Albino Armani, Banfi, Bertani Domains, Bioverde, Cantina Due Palme, Cantine Ferrari, Cantine Settesoli, Claudio Quarta Vignaiolo, Fondazione Venezia, Nettuno Castellare e Zonin. Un finanziamento messo a frutto in una ricerca mirata con l’obiettivo di creare nuovi portainnesti con maggiore capacità di assorbimento dell’apparato radicale, adatti a condizioni climatiche mutate, a terreni con deficit idrici e territori dove fino ad oggi la vigna non è ancora arrivata. Gli studi, coordinati dal professor Attilio Scienza dell’Università di Milano, sono stati condotti oltre che dai ricercatori dell’ateneo milanese, anche da quelli delle università di Padova, Piacenza, Torino, della Fondazione Mach di San Michele e del Cra Vite di Conegliano.
Allevamento e commercializzazione avverranno nei vivai friulani di Rauscedo e i proventi dei diritti saranno destinati alla continuazione e al miglioramento della ricerca.

Approfondimento: Tre Bicchieri

Tiziano Bianchi, giornalista e wine blogger, collabora con la redazione di questo blog

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Quattrocento anni nella vigna e una passione infinita per il vino. La storia della famiglia Armani e quella della viticoltura nella Valle dell’Adige, fra le province di Trento e Verona, procedono insieme, senza interruzione, da oltre 4 secoli. Oggi  “Albino Armani Viticoltori dal 1607” vuol dire territorio, anzi territori. La storica proprietà a Dolcè, in Valdadige, provincia di Verona, è affiancata da altre due tenute in Veneto: una a Marano nella Valpolicella Classica  e una in provincia di Treviso,  a San Polo di Piave, per la produzione di vini biodinamici, oltre alle due tenute in Trentino e Friuli. Le cinque cantine presidiano il territorio vinificando le uve dei vigneti circostanti. In ciascuna di esse il filo conduttore è un terroir capace di restituire ai vini i caratteri della zona di provenienza. Il quartier generale rimane a Dolcè, dove si può visitare anche la “Conservatoria” delle viti autoctone  in via di estinzione della Valdadige.