Casetta, una storia di frontiera

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Mentre ci stiamo preparando a partire per il Salone del Gusto – Terra Madre di Torino, dove presenteremo il nostro Foja Tonda (da uve Casetta), vi proponiamo i risultati di un lavoro di ricerca effettuato dai ricercatori della FEM (Istituto San Michele) in collaborazione con Albino Armani 1607; lo ha curato Tiziano Tomasi, ricercatore e lui stesso coltivatore di Casetta e produttore del Majere La Cadalora che, insieme al nostro Foja Tonda, e al Casetta di Tenuta La Casetta, sarà in degustazione a Torino domenica pomeriggio nello stand di Slow Food Trentino.

Analisi dei biotipi Casetta: alcune schede

di Tiziano Tomasi – La Casetta, conosciuta anticamente anche come Maranela, dal nome di una famiglia di Marani di Ala (TN) che l’avrebbe trovata nei boschi della sovrastante valle di San Valentino prima di adattarla alla coltivazione e moltiplicarla per la produzione. Fra i sinonimi la ritroviamo con il nome di Ambrosca a foja tonda o ancora Lambrusco a foglia tonda per distinguerlo dell’altra vitis silvestris della zona meglio conosciuta come Lambrusco a foglia frastagliata o Enantio. Certo è che se l’origine silvestris dei due vitigni viene confermata dagli studi genetici e ampelografici, altrettanto sicura è la mancanza di un legame di parentela fra la Casetta e l’Enantio.
Ad unirli c’è, da circa una decina di anni, la Doc superiore Terra dei Forti, che ha inteso riscoprire e valorizzare questi vitigni, simbolo unico ed irripetibile del loro territorio.
Un lavoro di ricerca e selezione che è iniziato alla fine degli anni ottanta grazie ad un’iniziativa promossa dall’Unione europea che ha permesso la catalogazione di antichi interpreti della biodiversità storica trentina quali i più noti Groppello di Revò, Pavana, Lagarino, Negrara e Rossara ed i meno noti Biancaccia, Paolina, Verdealbara, Maor, Negron, San Lorenzo, Franconia e molti altri.
Di questo significativo patrimonio storico viticolo è stato recuperato il germoplasma attraverso un attento lavoro di raccolta delle gemme e la loro coltivazione in un appositi vigneti sperimentali di San Michele all’Adige (TN) e Dolcè (VR) dove sono stati selezioni i genotipi più significativi.
Si può fare innovazione anche con  antichi vitigni! È quello che è stato fatto con la Casetta, un’antica varietà trentina coltivata fino a qualche decennio fa sui terreni collinari della Bassa Vallagarina, che con l’avvento delle varietà a bacca bianca più commerciali è diventata un vitigno reliquia.
In questo caso l’innovazione sta nell’uso di nuove tecnologie analitiche e informatiche per caratterizzare e selezionare le piante migliori di questa varietà. Infatti attraverso un lavoro di diversi anni si sono potuti selezionare quindici biotipi con caratteristiche migliori da un punto di vista qualitativo.
Il percorso che è stato fatto è iniziato nel 2007 con la raccolta  e la selezione di 193 biotipi  nei vigneti dei comuni di Rovereto, Mori, Ala, Avio e Dolcè. Nel 2009 di questa selezione sono stati piantati 67 biotipi esenti da virus, nell’ordine di 25 piante per ogni biotipo, in un vigneto sperimentale. Nel corso dei quattro anni successivi sono stati controllati tutti i parametri produttivi, qualitativi e sanitari (zuccheri, pH, Acidità totale, polifenoli totali, antociani, fertilità, peso del grappolo, tolleranza a Botritis cinerea …), per arrivare nel 2014 alla selezione di 15 biotipi con  caratteristiche qualitative migliorative. Ora inizierà la fase di micro vinificazione dove sarà possibile inserire ancora innovazione, per creare dei vini che rappresentino il passato ma in chiave moderna.

La Casetta, grazie anche all’intraprendenza di alcuni vignaioli della Vallagarina quali Tiziano Tomasi (La Cadalora), Albino Armani, Ezio Marsilli (La Casetta) viene coltivata in piccole superfici in vigneti di 20-70 anni lungo la valle dell’Adige fino alla provincia di Verona con risultati enologici molto apprezzati.
Il vino, il cui vitigno appartiene geneticamente al gruppo degli antichi vitigni della Valpolicella (quali la Quaiara, la Cimesera, la Denega) ed al Teroldego, presenta, dopo un medio periodo di invecchiamento, delle note complesse e speziate che gli conferiscono un carattere decisamente unico. Le uve, oltre alla vinificazione in purezza, si adattano bene anche alla produzione di uvaggi o alla produzione di vino da taglio per ottenere vini rossi strutturati ed adatti ad un medio invecchiamento.

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L’azienda Albino Armani vanta una tradizione enologica familiare ultrasecolare. Al 1607 risalgono le prime testimonianze di proprietà di vigneti. Oggi il complesso progetto vitivinicolo è distribuito su tre regioni per un totale di 230 ettari in veneto, Trentino e Friuli. Dal 1962 il nucleo strategico è a Dolcè, nella parte meridionale della Valdadige, valle glaciale caratterizzata da una forte identità. Il forte legame col territorio che rischia di perdere i suoi antichi vitigni, è lo spirito guida del nostro lavoro. Per questo i nostri vini sono grandi descrittori delle terre in cui nascono: bianchi freschi e floreali, frutto di forti escursioni termiche e ventilazione costante e rossi dal carattere originale, freschi ma al contempo complessi.