Vigne che non si ammalano

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Bell’articolo firmato da Luciano Ferraro, oggi sull’edizione digitale del Corriere della Sera.

Fra i progressi in vigna, viene citato anche il lavoro rivoluzionario sui portainnesti portato avanti da Winegraft, la società partecipata anche da Albino Armani 1607.

Marcello Lunelli, delle Cantine Ferrari, è entusiasta: “Siamo passati dall’Italia dei campanili a un Sistema Italia sul vino. Un mondo che si mette assieme”. È il lato concreto dei Cavalieri delle Nuovi Viti. “È un momento epocale”, sottolinea Lunelli. “Un gruppo che da oggi lavorerà nella stessa direzione”. Il mezzo sono i nuovi portainnesti, ovvero il “contenitore” vegetale delle viti innestate, le barbatelle, la “centrale operativa della pianta”, la chiama Lunelli. Dalla fine dell’Ottocento ad oggi non erano state fatte innovazioni radicali in questo campo. I portainnesti negli anni Sessanta “erano vigorosi e rustici, per produrre molto vino, di qualità ridotta. Poi sono arrivati quelli “deboli”, dopo il calo del consumo di vino. E infine si è tornati a barbatelle rustiche capaci di fronteggiare i cambiamenti climatici, siccità e nubifragi. La novità è arrivata dall’Università di Milano: dal 2003 in Valpolicella, Chianti classico, Castello del Monte (Bari) e Contea di Sclafani (Palermo) nuovi portainnesti contenevano Cabernet Sauvignon e un vitigno locale diverso per ogni area: Corvina, Sangiovese, Uva di Troia e Nero d’Avola. Dopo molti anni di test, ora sono nati i portainnesti M. Il partner commerciale si chiama Winegraft, società formata da un gruppo di cantine (Ferrari, Zonin, Bertani Domains, Banfi e altre) con la società Bioverde Trentino, la Fondazione Venezia e le principali Regioni viticole italiane. La società vende le nuove piante, grazie ai Vivai di Rauscedo e all’IpadLab, spin-off dell’Università di Milano. Con i ricavi si finanziano altre ricerche universitarie.

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L’azienda Albino Armani vanta una tradizione enologica familiare ultrasecolare. Al 1607 risalgono le prime testimonianze di proprietà di vigneti. Oggi il complesso progetto vitivinicolo è distribuito su tre regioni per un totale di 230 ettari in veneto, Trentino e Friuli. Dal 1962 il nucleo strategico è a Dolcè, nella parte meridionale della Valdadige, valle glaciale caratterizzata da una forte identità. Il forte legame col territorio che rischia di perdere i suoi antichi vitigni, è lo spirito guida del nostro lavoro. Per questo i nostri vini sono grandi descrittori delle terre in cui nascono: bianchi freschi e floreali, frutto di forti escursioni termiche e ventilazione costante e rossi dal carattere originale, freschi ma al contempo complessi.